Paese

Dati Generali
Il paese di Osini
Osini è un Comune della nuova provincia di Ogliastra. È situato a 623 metri sul livello del mare. Conta 947 abitanti. Fa parte della XI Comunità Montana “Ogliastra?. Il nuovo paese è stato costruito dopo il 1951, a valle del vecchio abitato distrutto a seguito di una terribile alluvione. Il toponimo si rifa molto probabilmente al nome di un proprietario terriero romano, Hosinius o Usinius.
Il territorio di Osini
Altitudine: 53/1079 m
Superficie: 39,68 Kmq
Popolazione: 947
Maschi: 482 - Femmine: 465
Numero di famiglie: 436
Densità di abitanti: 23,87 per Kmq
Farmacia: Piazza Europa, 16 - tel. 0782 79401
Guardia medica: (Jerzu) - tel. 0782 70170 - 490211
Carabinieri: via Roma, 28 - tel. 0782 79033
Polizia municipale: piazza Europa, 1 - tel. 0782 79031

Storia

OSINI, villaggio della Sardegna nella provincia di Lanusei compreso nel mandamento di Jerzu della prefettura parimente di Lanusei. Era parte dell’antica Barbagia orientale che si disse Agugliastra, e poi corrottamente Ogliastra.

La sua situazione geografica è nella latitudine 39° 50' e nella longitudine orientale dal meridiano di Cagliari 0° 24'.

Giace questo paese, come Ulassai e Jerzu, al piede orientale d’una montagna, detta dagli ogliastrini Taccu, che incomincia a un miglio presso al mezzodì di Jerzu verso libeccio e procede incurvandosi leggermente al maestro-tramontana di Osini per la distesa di 4 miglia sino al monte Isàra al ponente di Gàiro in sulla porta di Taccu-Isàra.

Per questo lungo rilevamento del suolo, che sorge alla parte di levante in erta ripida, e superiormente così diritto come una muraglia, il paese resta protetto dal maestrale, dal libeccio, e prossimi e lo sarebbe parimenti dal ponente se nel luogo dove il nome è detto Breca de Usale non avesse passaggio. La tramontana e il sirocco vi influiscono liberamente, ma il levante ha ostacolo nella gran collina che levasi a tal parte in là d’un miglio e del fiume.

Nell’inverno è molto sentito il freddo, cade frequente la neve per non disciorsi soventi prima di otto

o quindici giorni; nell’estate non si ha mai una temperatura elevata ed è raro che alcuno si lamenti del troppo caldo.

Mentre in altri luoghi della Sardegna non si ostina a lungo il mal tempo, qui e ne’ paesi posti a piè o alle pendici della massa centrale producesi a più giorni e piove senza interruzione talvolta per più di una settimana. Anche la nebbia è frequente nell’autunno e primavera massime co’ venti marini, ma son vapori raramente nocivi.

L’aria di Osini può tenersi come sinceramente salubre, e se si difendessero tutti cautamente dalle variazioni termometriche troppo brusche, se viaggiando in luoghi insalubri meglio si governassero, la sanità pubblica sarebbe migliore. Rispettivamente poi alla purità dell’aria devo dire ch’essa non lo è sempre, come nell’estate ne avvisa il senso offeso da fetore che esala dal cemiterio, dove le sepolture sono fatte negligentemente senza le cautele già comandate dal governo.

Le case sono state fondate sopra un luogo aspro, e da tanti secoli non si è mai pensato a levare le scabrezze ad appianar le vie, che per peggio sono anguste e tortuose. La costruzione è in pietre, e son rari gli edifizii che abbiano un piano superiore. L’area che occupa è assai ristretta perchè la medesima non è maggiore di sei starelli.

Territorio. Stendesi quanto maggiormente nella linea di levante-ponente con superficie in gran parte montuosa. La sua parte men aspra è tra le colline, che sono al greco-levante e la montagna Tacu, dove scorre il fiume Sarcerei; la parte più scabra è nelle pendici troppo declivi di questa e nelle turgescenze frequenti della regione a ponente, dove è la valle di s. Giorgio contenuta dal margine della lunga collina dell’Isara alla parte settentrionale, e da tre rialti alla parte meridionale. Noto che queste come le altre prossime eminenze hanno soventi un dorso piano, e che molte delle medesime sopportano delle moli minori.

La punta più sublime è appellata Su Casteddu (il castello) e le fondamenta e i materiali disciolti, che vi si vedono, pajono confermare la tradizione, che sulla medesima fosse un luogo forte, una positura militare, una rocca, della quale però si tace nelle antiche memorie, e la distruzione può essere riferita a tempi assai rimoti. Questa punta domina un lungo e stretto fesso nel monte, il quale è assai comodo a’ popolani per passare nella regione del ponente senza percorrere lunghe e tortuose vie o rischiare in sentieri precipitosi.

La tradizione fa onore al vescovo di Barbaria s. Georgio cagliaritano di questo opportuno passaggio, e come sono creduti di lui tanti altri fatti prodigiosi, in memoria dei quali restò impresso a vari luoghi il suo nome, che nello zelo del suo ministerio pastorale percorrea spesso la sua montuosa diocesi; con pari certezza si crede, che egli non potendo per la stanchezza del viaggio pedestre tentare le difficilissime semite caprine per riuscire alla valle di Osini e Ulàssai, abbia nella potenza di sua fede comandato alla montagna di spaccarsi, e la montagna intelligente del comando abbia obbedito.

Selve. Le più parti delle regioni montuose sono coperte di bosco, e vi dominano i ghiandiferi, i quali se la fruttificazione non è contrariata da cause maligne possono offrir nutrimento a grandissimo numero di armenti. In vari siti, dove le piante sono rare, mutilate o troppo giovani, si riconosce, che, come in altre parti, così in queste, la selva è stata devastata dal fuoco o guastata dalle barbarie dell’uomo; tuttavolta uno si racconsola vedendo che le funeste cause della distruzione di tanti boschi sardi qui han potuto meno che altrove essendo assai frequenti gli spazi dove la prosperità della vegetazione mostra non aver nulla patito, se non da’ venti, dalle saette o dal peso delle nevi. In questi luoghi occorrono passo passo alberi colossali, belli nelle intatte native forme e copiosamente fruttiferi.

Sono nelle montagne del Tacu a notare tre grotte, una detta del Leone, l’altra d’Orroli, la terza di Serbissi. La seconda ha nel suo fondo un angusto ingresso ad altra spelonca tenebrosa, dove si sono formate delle belle concrezioni di calce carbonata; la terza che è assai spaziosa ha due aditi, uno a levante, l’altro a mezzodì, e nell’interno una fresca fonte, e sul tetto un gran nuraghe circondato da alberi ghiandiferi.

Acque. Nell’osinese sono in gran numero le sorgenti, le acque riputate di gran bontà, e alcune lodate come salutifere. Dentro l’abitato sono aperte tre vene all’uopo de’ popolani, e sono nominate, una su Riu deis Prunas, l’altra Funtanedda (fontanella), la terza Murrai. Nell’estate la loro temperatura è tale, che pareggiano i sorbetti, e n’è funesta la bevanda a chi stanco e caldo vi appressa le labbra per temperare l’arsura. Murrai e Prunas scorrono sempre indifettibili, forman rivolo con l’influenza di ciò che danno altre fonti che sono nel loro corso, e si versano entro il fiume Sarcerei, nel quale parimenti si versano gli altri scoli

o rivoli che escono dalle falde del Tacu.

Le sorgenti che sono entro l’osinese all’altra parte della montagna riunendosi nella valle che abbiamo notata formano un rivo, che influisce ad ostro-sirocco di Ussassai, e in distanza di circa un miglio e mezzo nell’altro fiume Stanaìli originario della stessa regione di Pedra-Iliana, ed è un ramo principale del fiume Dosa.

Il fiume Sarcerei, nato dalle fonti dei colli di questo nome a greco-levante della detta Pedra-Iliana, quando per i torrenti e lo scioglimento delle nevi ingrossa, non permette più il guado, e chi lo tenta si espone a perire, o per l’impeto della corrente, o per il colpo di qualche trave o tronco, perchè allora le acque rapiscon tutto ciò che trovano sulle rive e lo volgon giù con gran celerità.

In tempo di primavera e di estate è una delizia passeggiare su le sue rive adorne di una lussuriantissima vegetazione di alberi, arbusti e piante minori con fresche ombre a riposarsi nel meriggio e difendersi dal troppo calore, e sonnocchiare al lene mormorio delle acque cristalline.

La macinazione de’ grani si fa parte per i mulini idraulici e per i giumenti.

Selvaggiume. Nelle regioni boscose si trovano in gran numero mufioni, daini, cinghiali, volpi, lepri ec. I cervi si incontrano assai rari, e accade che si facciano venti e più caccie grosse, e nessun capo di questa specie si presenti sotto lo schioppo de’ cacciatori. Gli osinesi non hanno miglior sollazzo che la caccia, e quando il tempo lo permette si radunano compagnie di venti a quaranta e più persone ne’ dì festivi, e vanno ne’ salti coi loro cani ad agitar la selva, e non accadde mai che tornassero indietro senza una notevole preda di otto o sei capi per lo meno, i quali si spartiscono fra i cacciatori, e questi fra i loro conoscenti.

Tra gli uccelli i più frequenti in questa regione sono gli avoltoi, i corvi, le cornacchie, i falchi e tante altre specie malgradite, quindi gli uccelli di caccia le pernici, i colombi ec.

Popolazione. Sono in Osini anime 760 distinte in maggiori di anni 20 maschi 220, femmine 225, minori maschi 165, femmine 170, in famiglie 160.

In numero medio nascono 25, muojono 14, e si celebrano 4 matrimoni.

La vita chiudesi ordinariamente tra gli anni 50 e 60; tuttavolta da quelli che si preservano contro le cause morbose e da quelli che sono temperati fortemente producesi più in là sino agli ottanta ed oltre con tutta pienezza di sensi e intero vigore di membra.

La malattia più comune e soventi mortale è il dolor laterale, per il quale usansi spesso le zucche piene di acqua calda, che si applicano per provocare il sudore, quindi il salasso. Molti poi soggiacciono a infiammazione addominale, febbri reumatiche e periodiche.

Per la cura della salute non si ha spesso che un flebotomo.

Gli osinesi sono ben costituiti nel fisico, robusti a faticare, duri contro la inclemenza delle stagioni. Sono lodati come studiosi della fatica, e non pajono indegni della lode, lodati pure come fedeli agli amici, generosi, cortesi, ospitali. Sarebbero ancora più commendevoli se non si operassero frequenti furti, sebbene non molto considerevoli, perchè non è più che qualche capo di bestiame, un toro, una capra, un porchetto, che togliesi o per bisogno, o per risparmio. Ora si è quasi spenta la razza di quei ladri di bestiame che potevano comporre da furti grosse greggie e armenti; quale fu quel giovine orgolese, che in tempo di visita pastorale facendo confessione pubblica dichiarò aver rubato porci 300, cavalle 20, vacche 100, pecore e capre senza numero. Il confessante non aveva allora più di 17 anni.

Nella maniera di vestire essi non si singolarizzano nè in menoma parte, e usano la foggia usata nei luoghi d’intorno. Anche qui il cojetto, quella veste tanto salutare in questo clima incostante, è una rarità, e appena alcuni vecchi se ne servono.

Le donne amano il colore rosso nella gonnella, che portano increspata a mille doppi sui fianchi, nel giubbone e nel manto con cui coprono la testa. Stringonsi i fianchi con una lunga fascia e la dirò a mosaica, perchè formata di pezzetti ben cuciti di diverse stoffe e colori.

Nelle nozze si usa gran solennità, e vedesi una ricca pompa nei parenti dello sposo, quando lo accompagnano a prender la sposa dalla casa paterna per condurla alla chiesa. Gli sposi, mentre dopo la benedizione vanno alla casa nuziale, devono passare sotto una gradinata di grani di frumento, fave, ceci, sale, che lanciasi a grosse pugnate addosso a’ medesimi intanto che si augura loro fortuna e buoni figli: Deus bos donet fortuna et figios bonos, Dio vi doni fortuna e figli buoni: formola antica con cui tutti sogliono benedire gli sposi.

In Osini non si è combattuto con la severità, che spiegossi altrove contro le attitatrici, e però queste possono far onore liberamente a’ defunti. Soventi fanno questo pio ufficio le parenti assise su’ piedi incrociati intorno al cadavere giacente sopra il feretro in tutta la maggior sua pompa, scoperto del lenzuolo funebro, e una dopo l’altra cantano, e rammentano le sue belle qualità, i fatti virtuosi e alcuni altri particolari, lasciando spazio tra le strofe allo sfogo del dolore.

Un vedovo resta per qualche tempo in assoluto ritiro, e neppur va alla chiesa, quindi per un anno non rade la barba, e per un anno va squallido e incappucciato; la vedova per alcuni mesi resta nascosta, e mantiene il bruno perpetuamente se non si rimarita.

Qui pure si ha fede in tante vane pratiche e sciocche superstizioni, ma queste non sono poi tanto numerose e assurde, quanto si osservano in certi luoghi, dove si grida contro l’uso del compianto, tale quale l’abbiamo accennato, qualificandolo empiissimo, anticristiano. Queste qualifiche si accomodano meglio a tante false credenze, che fan torto alla ragione e onta alla religione, e si lasciano sussistere.

La scuola primaria numera 15 fanciulli. Dal primo suo stabilimento al giorno d’oggi sono passati per la medesima circa 250 fanciulli; tuttavolta appena saranno dodici nel paese, compresi pure i letterati (come si dicono quelli che leggono e scrivono comunque) che sappiano leggere e scrivere tanto quanto.

Le professioni principali sono l’agricoltura e la pastorizia, e si numerano nella prima 180 persone, nella seconda 60; quindi sono pochi per le opere di muratura, ferro e legno, vetturali, scarpari ecc.

Le donne filano, tessono, lavorano negli orti, assistono alla vendemmia.

Nelle case agiate mangiasi pane di farina scelta, carne, pesce, maccheroni, latticini, e bevesi ottimo vino, che qui abbonda; nelle case povere, legumi ed erbe col condimento della sapa o vino cotto, formaggio, frutte secche, fichi, uve, susine. Nelle feste e quando si hanno ospiti si banchetta con lusso, e allora anche i poveri imbandiscono la loro mensa di molte e saporite vivande.

Agricoltura. Essendo la regione montuosa i luoghi della seminagione non sono in continuità, ma separati a intervalli or più or meno grandi.

Le terre più granifere sono presso al fiume, in Tacu, in Pelau e in Guirra.

I gioghi pel servigio agrario non sono meno di 60, il che dice 120 tori e buoi.

Le quantità che si seminano sono approssimativamente le seguenti; starelli di grano 200, d’orzo 250, di fave 60, di legumi 40, di lino 30, di patate 20.

La fruttificazione del grano è al 10, quella dell’orzo al 12, le fave 10, il lino produce fasci di 12 manipoli, detti oberas 33 e starelli di seme 2 1/2, le patate il 12.

La dotazione del monte di soccorso è di starelli 150 pel fondo granatico, di lire sarde … pel nummario. Non so se essa sia ritornata alla sua integrità. Pare che una fatalità penda su questa ottima istituzione, per cui l’agricoltura potrebbe prosperare.

Il vigneto posto nella pendice incontro al levante non occuperà meno di 130 starelli di superficie. La vite prospera mirabilmente nell’osinese e più che altrove presso il fiume, nelle regioni dette su Carragiu, sa Lalla, Corti-Boy, Figu Sasca, Preugheddu, su Perdigiu.

Le viti più comuni sono, la farnacina, il cannonau, il muristello, la niedda-manna, il moscatello, il girone, la rosa ecc.

I prodotti sono copiosi, il mosto eccellente, i vini pregiati, principalmente tra’ gentili il cannonau e il moscatello.

Si fa gran quantità di uve passe.

Il mosto che si coce per sapa a provvista particolare non è meno di quartare 600.

Quello che si brucia per acquavite non meno di quartare 1000.

Gli osinesi misurano il mosto della vendemmia a tinas, quantità di 30 quartare.

Si empiono ordinariamente circa 300 botti variamente capaci, alcune contenendo sette tinas, altre più sino a 10, sì che la somma della vendemmia ordinaria si può computare di circa tinas 2550, eguale a quartare 76500, a litri 382, 500.

Gli orti occupano non meno di 30 starelli, e producono ottimi erbaggi e frutti, cavoli, zucche, cipolle, pomidoro, cocomeri, cardi, apii ecc.

Nei medesimi si coltivano gli alberi fruttiferi, che vegetano meglio ne’ luoghi umidi, ciriegi, peschi, pomi granati, susini, ficaje, meli, peri ecc. Si fa seccare gran quantità di fichi e di susine, e si conservano all’inverno mele granate e altre, e insieme gran copia di pere.

Sommati in un totale gli alberi che sono negli orti, e quelli che si coltivano nelle vigne e ne’ chiusi il numero degli individui non è meno di 15 mila. Forse la specie men propagata sono gli olivi, se i medesimi non sopravanzano le tre centinaja, sebbene non manchino luoghi ottimi a siffatto vegetale, nominatamente nella regione del fiume, ossia nella valle. Da una parte de’ frutti che si raccogliono si spreme non più di cento quartara, e si ha un olio di molta bontà. Si supplisce da’ poveri all’olio dell’olivo con l’olio delle bacche del lentisco; ma questa specie scema di giorno in giorno, perchè il colono che manca di terreno per seminare brucia e soventi sterpa queste piante per fare il carbone o impinguare il novale.

La tritura della messe si fa, non con le cavalle, ma con i buoi, che vanno strascinando sopra i secchi manipoli un pesante cilindro.

Gli osinesi non hanno quei latifondi che diconsi tanche, ma solo piccoli chiusi (cungiaus) dove seminano le fave nell’autunno, i fagiuoli e altri legumi in fine della primavera e nell’estate, innaffiati con le acque perenni che scorrono dalle fonti della montagna, e con quelle che scolano dalle sorgenti che notai dentro l’abitato. Delle chiusure alcune sono fatte a muro secco, altre a siepe: molte proprietà ancora aperte.

Pastorizia. I salti osinesi abbondano di pascoli ottimi, e il bestiame prospererebbe se non venissero tempi, ne’ quali è scarsezza de’ medesimi per difetto di pioggie o per le nevi.

I capi che si educano sono nel

Bestiame manso, buoi 120 quanto notammo, vacche 26, cavalli 80, giumenti 100, majali 70.

Bestiame rude, vacche 600, capre 3500, pecore 1800, porci 1400, cavalle 50.

Il cacio è di ottima qualità e molto grato al gusto, perchè si domanda e si vende a buoni prezzi ad altri dipartimenti e nel porto di Tortolì.

I pastori vagano d’una in altra regione senza avere un distretto particolare; si riparan però dalle ingiurie delle stagioni sotto capanne formate di tronchi, coperte di frondi, o dentro le camere de’ nuraghi.

Le api si coltivano ne’ predi prossimi all’abitato e in qualche orto, ma il numero de’ bugni è assai ristretto. Si fa qui pure il miele amaro, che a molti giova assai siccome eccellente tonico.

Commercio. Non v’ha in Osini chi negozi su’ prodotti, ma gli stessi proprietari portano in Tortolì il superfluo dei frutti, o li vendono a’ negozianti stranieri venuti nel paese, genovesi e sardi di altri dipartimenti.

Il trasporto si fa sul dorso de’ cavalli non potendo il carro scorrere in su quel suolo che or qua or là è così irto per la scabrezza, che non è possibile, se pure si raddoppii e triplichi la forza degli animali, che si possa trarlo.

De’ cereali è raro che facciasi vendita, perchè la quantità de’ medesimi è soventi appena sufficiente al bisogno della popolazione; e le frutta de’ verzieri, comechè sieno abbondantissime, massime le ciriegie, non si domandano perchè negli altri paesi ne hanno abbastanza. Gli articoli che vanno nel commercio sono i vini, e dopo questi i prodotti pastorali, da ultimo alcune manifatture.

Dalla vendita de’ vini nella media di litri 200000 si possono avere l. n. 10000.

Da quella de’ capi vivi, formaggi e lane l. n. 5000.

Da’ tessuti, dalle tegole e mattoni che fabbricano

l. 1500.

Se crescesse l’industria e nella manifattura del vino si avessero migliori metodi, se si accrescesse la coltivazione degli olivi, si introducesse quella de’ gelsi e dei bachi, se il bestiame fosse più curato, Osini, come gli altri paesi dell’Ogliastra, potrebbe triplicare il suo prodotto e il lucro.

I trasporti del mosto al porto si fanno, come notai, coi cavalli, e il vino ponesi nelle otri. L’infedeltà de’ vetturali che compensano le sottrazioni con l’acqua fa che la merce patisca, e che il prezzo che si offre sia minor del giusto.

Religione. Gli osinesi sono nella giurisdizione del vescovo dell’Ogliastra, che ha tutta la parte orientale delle montagne iliache, che erano già sotto la giurisdizione del vescovo di Barbagia.

La chiesa parrocchiale, l’unica che sia nel paese, è sotto l’invocazione della santa v. e m. Susanna. È di recente costruzione, a sufficienza capace rispettivamente al popolo, e di bella forma, sì che stimasi più dell’altre del dipartimento.

Ha cura delle anime un solo sacerdote, che si intitola vicario, perchè rappresenta uno del capitolo della cattedrale che ne è parroco abituale, e siccome in difetto di coadiutori deve far tutto da se, però fa quanto può, e non si può accusare se il popolo resta senza quella istruzione evangelica, che non si dovrebbe mai trascurare, e che non trascurano i zelanti sacerdoti per quante altre cure possono avere. Se la rendita del canonico si scemasse d’una porzione potrebbesi mantenere un prete assistente ad eseguire ogni dovere. Io non ho veduto altre parrocchie peggio servite, che le canonicali, dove non si vuol tenere che un sol prete, sebbene sia grande il numero delle anime, e indicibilmente peggio quelle dove si hanno vicari amovibili, perchè mentre i sacerdoti di merito sdegnano di dipendere dall’arbitrio del canonico, non si offrono al grave uffizio altri che persone di poco conto.

La porzione della decima che si corrisponde al vicario non oltrepassa ordinariamente li cento starelli di grano e gli otto carratelli di vino, contenente ciascuno quartare 300.

In una cappella di questa chiesa ufficia una confraternita che ha per patrona la titolare.

Ne’ salti sono altre due chiese, una denominata da

s. Giorgio, che fu edificata nel luogo del miracolo già riferito, l’altra di s. Lucia nella regione di Flumini. La prima divisa in più navate dista un quarto dal paese a ponente; l’altra è lontana di un’ora e mezzo, prossima a’ limiti di Gairo.

Le feste principali, alle quali concorre molta gente dai prossimi paesi, sono per la titolare, per s. Giorgio e per la N. D. d’Itria. La prima si celebra addì 11 agosto, la seconda addì 24 aprile, la terza nell’ottava della festa dello Spirito Santo.

In ciascuna si offre a tutti gli stranieri, che si presentano, della carne arrostita e del pane bianco, in sufficiente quantità; perchè devesi panificare molto grano, e uccidere molte bestie. Le case agiate sono piene di ospiti, e in quei giorni vi è abbondanza anche nelle case men fortunate.

Non essendosi ancora fatto il campo-santo i cadaveri sono sepolti nello spazio chiuso intorno alla chiesa parrocchiale.

Antichità. Nella regione Tacu, che comincia dal più alto della pendice occidentale della montagna, sono molte costruzioni noraciche, ma in gran parte disfatte. Indicherò i nuraghi denominati de’ S’Armidda, Orrudii, Sanu, Serbizzi, Montu-Marci, Truculu e lascio tanti altri, de’ quali non rammento più il nome, e i pastori si servono per ripararsi nelle fredde notti e sotto i temporali. Il nuraghe di Serbizzi, il cui sito abbiamo indicato, è il più notevole, poco lungi dal quale è una di quelle costruzioni che diconsi sepulturas de gigante o de orcu, e il popolo crede che il fabbricatore del nuraghe sia stato deposto. Vuolsi che scavando nella sepoltura siansi trovati degli oggetti di rame.

Abbiamo indicato sulla sublime punta, che signoreggia il passaggio di s. Georgio (scala di s. Georgio) alcune rovine, che credonsi d’un castello, così come accennasi dal nome, e confermando ciò che ho detto sulla sua antichità, espongo un mio sospetto che possa essere una stazione de’ romani, per contenere gli iliesi che non irrompessero per quella gola (che è certo più antica di s. Georgio) nelle terre littorane. Le medaglie de’ vari imperatori ivi ritrovate, penso, die-no forza alla congettura.

Da Osini si giugne a Tortoli in ore 5, a Cagliari in ore 18, se i fiumi mancanti di ponti permettono il guado ai viaggiatori.

Tradizioni

Feste e Tradizioni
Feste e Sagre a Osini
24 Aprile - Festa del Patrono San Giorgio
14/15 Agosto - Festa della Madonna di Taccu